L'industria della seta a Como, un tempo leader mondiale nella produzione e nell'esportazione di tessuti di seta, sta vivendo un periodo di difficoltà, con la produzione e la vendita che sono in calo.
Saltiamo i cenni storici, che potete trovare su Internet, che ci spiegano che il tessile, come il mobile, il turismo e il merletto, per fare degli esempi, è storia, tradizione e cultura nel Comasco e quindi veniamo al presente.
I tempi moderni ci raccontano che l'industria della seta a Como, un tempo leader mondiale nella produzione e nell'esportazione di tessuti di seta, sta vivendo un periodo di difficoltà, con la produzione e la vendita che sono in calo. Mercato importante, quello del tessile comasco, stimato nelle ultime analisi a 2,1 miliardi, con un export vicino a 1,3 miliardi nei dati 2023, quota che si avvicina a 1,5 aggiungendo pelle e accessori (con il 22% dell’export rappresenta il settore più rilevante per il territorio) livello che non verrà certamente raggiunta quest’anno.
L'industria serica italiana, inclusa quella di Como, precedentemente ha dovuto affrontare la concorrenza di paesi come Francia e Inghilterra, che adottavano tecniche di tessitura meccanizzata e nuovi mercati, oltre le altre cause che poi elencheremo. La crisi del settore, culminata in licenziamenti e chiusure di aziende, ha portato a un'integrazione verticale delle fasi (filatura, torcitura, tessitura) con gli imprenditori che tendono a controllarle all'interno delle stesse aziende, in alcuni casi dislocate in zone diverse, in paesi dal basso costo.
Proviamo a cercare le cause della crisi e della difficoltà ad essere competitivi.
L'Italia importa la maggior parte dei bozzoli e del filo di seta dalla Cina, con una produzione interna limitata, rendendo il settore più vulnerabile alle fluttuazioni del mercato internazionale e l'alto costo della manodopera in Italia, rispetto ad altri paesi produttori di seta, rende l'industria meno competitiva a livello globale. Sicuramente anche la pandemia e i lockdown hanno bloccato la produzione e le vendite, causando una drastica riduzione dell'attività produttiva. La crisi economica precedente e successiva a questo ha portato a una diminuzione dei consumi, con una minore domanda di abbigliamento e tessuti. La moda è sempre più orientata verso prodotti più economici e meno orientati al Made in Italy, quindi le griffe e i grandi brand hanno spinto le aziende tessili a ridurre i costi, mettendo sotto pressione i margini di profitto e le aziende, errando clamorosamente, per affrontare la crisi, hanno scelto di spostare la produzione in paesi con costi di manodopera e di produzione inferiori.
In sostanza, la crisi del tessile a Como è il risultato di una combinazione di fattori, tra cui la pandemia, la crisi economica, la concorrenza internazionale, la pressione sui margini di profitto, con conseguenti errate scelte aziendali e le modifiche nei gusti e nelle tendenze.
"Patto per il Nord" ragiona su come affrontare queste difficoltà e su come supportare una filiera che è parte della tradizione locale oltre che fonte di ricchezza e di posti di lavoro.
Le logiche di un mondo moderno e sostenibile richiedono che l'industria tessile deva adottare tecnologie innovative e pratiche sostenibili per ridurre l'impatto ambientale e rispondere alle nuove esigenze dei consumatori. Si potrebbe anche pensare all'utilizzo di materiali sostenibili, come il cotone organico, il poliestere riciclato e il bambù, per ridurre significativamente l'impatto ambientale della produzione tessile.
Ma la seta è seta e non è un cotone organico o roba del genere. Può sembrare una posizione integralista ma in realtà è la strenua difesa di un valore storico, di una tradizione, ma anche di una realtà acquisita nei secoli.
Da parte di ogni tipo di amministrazione, nazionale o locale che sia, è fondamentale fornire alle imprese tessili un sostegno finanziario attraverso incentivi fiscali e programmi di promozione internazionale per rilanciare le esportazioni e aprire nuovi mercati.
La soluzione alla crisi del tessile a Como richiede anche e soprattutto una stretta collaborazione tra il settore pubblico e le imprese private, che devono lavorare insieme per definire strategie di sviluppo e per attuare interventi mirati.
E' chiaro poi che stiamo parlando di attività economiche e il bilancio tra i costi e i ricavi diventa essenziale e dove l'imprenditore deve essere geniale l'amministrazione deve essere saggia e magnanima.
Noi di "Patto per il Nord" partiamo sempre dal presupposto di creare delle Regioni Autonome e Federate, sagge e coscienziose che evitando gli sprechi attuali sappiano mettere "del fieno in cascina". Fieno che porti ad attuare azioni che oggi non possiamo neppure sognare.
Questa libertà economica ci potrebbe permettere di inventare un mercato di nicchia, magari detassato, decongestionato, creando una sorta di zona franca della seta.
Dobbiamo considerare che le aziende di cui stiamo parlando impiegano migliaia di persone, quindi devono essere messe in atto delle alternative, tanto realistiche quanto coraggiose, che consentano di riattivare l'intera filiera produttiva, la quale ha costi esorbitanti che impediscono economicamente l'avvio o il riavvio di questa attività. Pensate, tanto per capirci, alla formazione del personale, agli impianti di gelsi, alle strutture dove allevare i bachi, alla manodopera, alle caldaie per ricavare il filo.
E' necessario per combattere la crisi del tessile a Como un approccio multifattoriale che coinvolga l'innovazione, la sostenibilità, ma soprattutto il sostegno alle imprese che dimostreranno impegno concreto. In sintesi occorre un approccio olistico che, si, tenga conto delle esigenze del settore, dei consumatori e dell'ambiente, che coinvolga tutti gli attori in gioco, ma, che soprattutto tuteli una tradizione che per centinaia di famiglie è fonte di reddito oltre che il vanto di un arte che non deve soccombere al globalismo.
Per Patto per il Nord Como
Giorgio Bargna

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